COZZO DEL PELLEGRINO (1987m) Canalone NW dal villaggio di Carpinosa
(13 Marzo 2019)





Classica vista da N(W) sulla Montea (il Passo della Melara) e il Mt. Petricelle - La Caccia



Il Trincello



Prime luci sulle rocce di Boccademone



Le Montagne senza nome, oggi note come "Monti dell'Orsomarso" (dalle esplorazioni degli anni 60-70 di F. Tassi e F. Pratesi e dalla loro pubblicazione naturalistica del 1979), fanno parte del Parco Nazionale del Pollino, di cui costituiscono l'area Sud occidentale. Il toponimo è stato coniato a partire dal bellissimo paesino di Orsomarso (CS) il cui territorio ampio e selvaggio (Valle dell'Argentino, riserva naturale orientata sin dal 1987, Gruppo del Mt. Palanuda) è un po' il simbolo dell'intero gruppo, di cui però fanno parte anche altre aree più o meno distanti e selvagge, come quelle della Montea (tra il F. Rosa e l'Esaro), della Mula, poco più a N, e del Pellegrino, la cui cima, il Cozzo del Pellegrino, con i suoi 1987m è la maggiore elevazione di questo massiccio (F. Bevilacqua, nella guida escursionistica dell'area, 1995, propose di denominare i Monti di Orsomarso "Massiccio del Pellegrino").
Le antiche descrizioni storico-geografiche della Calabria (dal Barrio, al Fiore, G. Marafioti etc.) e del suo territorio per lo più ignorano le montagne, dando più spazio alla descrizione dei fiumi.
Il grande gerografo G. Marinelli, nel vol. IV.1 del suo trattato di Geografia mondiale "La Terra" (Vallardi, sd. ma c. 1900) a p. 240 dopo aver descritto il Pollino: "...per mezzo del passo di Campo Tenese o la Dirupata (965m) tra Morano Calabro e Mormanno si connette alla catena trias[s]ica dei Monti di Verbicaro. La quale ne diversifica così sotto il rispetto geologico, come sotto quello dll'altitudine, dacché nessuna delle sue vette (Palanuda, 1630; Cozzo del Pellegrino, 1986m; M. Montea, 1784m) tocchi i 2000m, come pure sotto quello dell'allineamento, dacché apparisca diretta nelle sue pieghe principali da Greco a Libeccio. Essa finisce appunto col Montea, sovrastante al Tirreno, da cui dista appena una decina di chilometri ed, in pari tempo, è imminente al Passo dello Scalone (744m), che chiude da questo lato l'Appennino Meridionale".

La Valle dell'Abatemarco (aticam. fiume Bato) si sviluppa da E vs W: la parte alta è nel territorio di S. Donato di Ninea, mentre più a valle è di Verbicaro, dopo di ché il fiume sfocia nel Tirreno un paio di Km a Sud della Foce del Lao. Più A Nord dell'Abatemarco si apre la Valle dell'Argentino (territ. di Orsomarso), anch'essa sviluppantesi da E verso W, ma più selvaggia e incassata; lungo l'altopiano (Campiglione) che separa questi due brevi ma interessantissimi sistemi fluviali, passava la "via del Sale" tra Lungro, le miniere di Salgemma, Verbicaro e i porti tirrenici. La Zona dei Monti del Pellegrino - Mula, era in antichità nota anche per le sue miniere di metalli, tra cui ferro, rame, oro. Il Carattere estremamente selvaggio dell'orografia-idrografia ha protetto questi monti dallo sfruttamento intensivo dei boschi fino agli anni '30 del XX secolo, quando varie ditte hanno ascquistato dai rispettivi comuni intere forsete, iniziandone uno sfruttamento sregolato e "selvaggio" (per così dire), costruendo numerose stradelle d'accesso, teleferiche e segherie e disboscando ampi settori montani. Un tempo si raccontava di faggi dal fusto tanto grande da poter essere abbracciato solo da 15 uomini (!?) (Pascuzzi, 1989). Per fortuna da vari decenni molte aree sono in ripresa, perché il taglio di legname è notevolmente diminuito.

Come per la Valle dell'Argentino, una stradina penetra da W (presso l'Uff. Postale di Verbicaro) seguendo il corso del fiume.
Ma questa è più breve ed asfaltata, passa presso varie masserie e aree pic-nic. A c. 500m (pr. loc. Perticoso) la strada gira a des/S per servire un tunnel dell'Acquedotto.
Qui si parcheggia e ci si incammina a Est verso la meravigliosa loc. "Carpinosa", antico villaggio abbandonato (qualche casa funge ancora da stalla per gli animali), luogo incantato, cinto da una fantastica esedra di montagne.
Guardando verso la bassa valle (W) spicca la parete triangolare del Trincello, 1178m, (riportato sin dalla Cartografia seicentesca Magini, 1620 e derivate, come "Trincetto") e poi nell'Atlante di Rizzi Zannoni come "Pizzo Troncello") alto sopra la des idr dell'alta Valle dell'Abatemarco.
La corona di monti procede con la Schiena Lombardo, interrotta da una valle secondaria (V. Pastoruso) e continua con la Schiena di Novacco e Serra Limpida (più anticam. segnato come "Serra Olimpia"), dando luogo poi a un tormentato ciglio irto di alte guglie ed enormi spaccature, "Boccademone" (sulla cartogr. storica più antiche forse era origin. Roccademona/Roccademone?), dove l'orlo del crinale comincia a piegare verso SE e, dopo un impervio passo, s'innalza con la panoramica cima di Cozzo dell'Orso (1578m). Segue la Schiena di Lacchicelli, quindi q. 1736 (sulla Carta delle Prov. Meridionali 1862/76 e seg., quotato 1704m, è qui riportato "Cozzo di San Giovanni"). Oltre alcune elevazioni superiori che dominano il Vallone e il Costone di S. Giovanni, si erge la Cima del Cozzo del Pellegrino (1987m), non ben visibile dall'ultimo tratto del fondovalle.
L'anfiteatro procede verso SW e W con la Calvia (già, "La Calva"), 1910m, anch'essa caratterizzata, come il Cozzo d. Pellegrino, da una grossa frattura che scende da presso la cima verso NW in forma di canalone detritico. Entrambi i canaloni hanno costoni laterali di roccia fratturata e scaricano attivamente sassi e piccole frane in ogni stagione, anche indipendentemente dall'azione di acqua e ghiaccio (per la Geologia dell'Area, cf. A. e F. Ietto, Note illustrative alla Carta Geologica d'Italia, F. 542, Verbicaro, 2011).
A W della Calvia c'è il valico della "Cresta", dove passa l'antica mulattiera che collegava S. Donato di Ninea con Verbicaro, e quindi le foreste di faggi della Nona, Decima e le boscose pendici del crinale che si allontana verso SSW in direz. della Mula (1935m) con dei contrafforti intermedi, più bassi (Saittaro, Cozzo Laimi) tra i quali scendono a N dei valloni che confluiscono nell'Abatemarco (V. delle Monache, Famai, Vena delle Mezzane) più o meno di fronte al Trincello, chiudendo la grande esedra. Il Magnifico ripiano dove sorgono i ruderi di Carpinosa (tra q. 600-700m c.) è difficile da descrivere e certo avrebbe un'aura ancora più affascinante e intima se non fosse così "facile" da raggiungere, nonostante qualche buca dell'asfalto della stradina che vi conduce...



Trincello (1178m)

 












(Foto di Giacomo Caputo)

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(Foto di Giacomo Caputo)

 

L'Avvicinamento alla Base del Canalone del Pellegrino mi è sembrato relativamente facile, procedendo sempre a E, presso il fosso principale (tenendolo a sin.) anche quando la traccia termina (continuano dei segni di divisioni delle particelle forestali). Ovviamente andandoci con Mimmo, già pratico del luogo -benché ci mancasse da qualche anno- è tutto più semplice.
In ogni caso anche se nel fitto della vegetazione si dovesse avere il dubbio su quale canale si sta cominciando a risalire, il diverso orientamento dei Canaloni del Pellegrino (W)NW e Calvia NNW aiuta molto: in quello della Calvia nel primo tratto si sale a SE (e poi si piega a SSE uscendo quasi in direz S), mentre nel Pellegrino si parte salendo a ESE e poi si piega a SE.

Alla base del Canale (o meglio dove inizia la neve svalangata) sfondiamo nel manto nevoso: questo sarebbe il fondo più sicuro, perché assorbe le scariche di sassi, come detto frequenti se non onnipresenti. Poco più su però camminiamo sul duro e mettiamo i ramponi tra q. 1200-1300m. Più in alto arriva qualche scarica, ma per fortuna non sono né troppo frequenti né consistenti (anche se già i sassi grandi come un pugno possono far male se arrivando rotolando lungo il canale per centinaia di metri). A c. 1750m il Canalone si biforca: l'uscita non si vede ma è nel ramo di destra...
Proseguimo fin quasi in alto sul marmo (!) dove Mimmo e Giacomo deviano a sin. per l'uscita più tecnica (60°), tornando però indietro poco dopo perché, secca com'è, andrebbe fatta con protezioni.
Io intanto svalico (l'ultimo tratto è attorno ai 50° e in discesa è meglio farlo procedendo all'indietro, faccia a monte) oltre il ciglio del dirupo, costellato da rametti di novellame di faggio incapsulati nel ghiaccio che tintinnano al mio passaggio come campanelli... Salgo gli ultimi metri per andarmi a godere il panorama grandioso che spazia sulle Montagne Calabro - Lucane, su entrambi i mari (essendo visibile anche lo Ionio, seppur meno nitidamente del Tirreno) e permettendomi di scorgere l'Etna e le Eolie! Inoltre, ma solo a posteriori in foto a casa, viene fuori persino il M. S. Angelo a Tre Pizzi -Faito! Unico "neo" è che siamo tornati all'auto quando non erano ancora le 15:00 (7 ore per l'intero giro). Ma Mimmo si è fatto perdonare con del buon vinello. Grazie a Mimmo Ippolito e Giacomo Caputo! - Francesco Raffaele [3/4/2019].
COZZO DEL PELLEGRINO, CANALONE NW, Dati Tecnici: Primi salitori noti: F. Lucchese e V. Dito, 4/2/2003; Dislivello +1450mm (+900 di canale); esposiz. WNW/NW; Tempo di salita: 4h; Max. 50°, PD-]




(Una foto dell'estate 2018)



La Mula

Monte Cocuzzo

Monte Stella

Bulgheria e Monte Faito / Sant'Angelo a Tre Pizzi !

Etna

Eolie

Golfo di Sibari

 


Cima di Cozzo del Pellegrino (1987m) la vetta più alta dei Monti dell'Orsomarso




Serra derl Prete

Pollino - Pollinello

Varco del Pollinello - Celsa Bianca

Serra Dolcedorme

Il Monte Sirino

Pietra Campanara

Crivi di Mangiacaniglia e Corno Mozzo

Grisolia e Maierà (e Cirella)

L'Etna e La Mula










ETNA



 




Mimmo scende per via un po' più ripida

 



^ ^ (Foto di Mimmo Ippolito) > >




Giornata indimenticabile, una via che avevo messo in cantiere da anni e che ero diventato quasi "impaziente" di fare, dopo la bella escursione estiva su Calvia, Pellegrino e Mula con l'amico Claudio Cecilia. Ma pur se priva di passaggi tecnici, la natura "attiva" del Canalone sconsiglia di intraprendere salite solitarie (in qualsiasi stagione). Quindi appena Mimmo si fa vivo, non mi faccio sfuggire l'occasione di ricordarglielo, anche se in prima battuta c'era indecisione tra il Cozzo del Pellegrino e l'altro canalone più selvaggio del Gruppo dell'Orsomarso, quello NW della Montea.
I segni delle sassate su alberi e rocce si notano e, se è vero che talvolta "non fanno paura" come in questa occasione (ma anche nella discesa, fatta per la stessa via, non ci hanno risparmiato) è possibilissimo che in altri casi siano più in sistenti o addirittura di natura franosa: in questo caso, come suggerito dalle principali guide (L. Ferranti 2010, F. Bevilacqua 2014 e G. Gravame, 2015) è meglio fare dietrofront e non rischiare!

La zona è piena di interessanti angoli: valloni, boschi, pareti e sentieri ... ci tornerò per salire da Carpinosa al Cozzo dell'Orso e Boccademone!


Ritorno a Carpinosa


Carpinosa...





Ciao Abatemarco, alla prossima!

 

Foto e testi di Francesco Raffaele
[Foto con Lumix Lumix FZ1000]

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