MONTE POLLINO (2248m)
DAL COLLORETO PER LA "SCALA DI GAUDOLINO" E IL "CANALE NASCOSTO" DEL "VALANGONE"
Loc. Vidente (Agriturismo Colloreto, q. 850m c.) - Convento del Colloreto - Sorgente Tufarazzo - Sorgente della Serra (o del Demanio) - Valle Gaudolino - Piano di Gaudolino -
"Valangone" - "Canale Nascosto" - Dolina del Pollino - Cima di Monte Pollino (2248m) -
Dolina di Serra del Pollinello - "il Patriarca" - Passo a q. 1764 (sopra Gavutu Russu o Alto/Auto Rosso) - Valle Gaudolino - Ruderi del Convento di Colloreto

(20 Febbraio 2020)




DESCRIZIONE
Le uscite invernali sulle vette del gruppo del Pollino sono un must per chi cerca emozioni! Mi ero ripromesso di tornare sulla Serra Dolcedorme, malgrado la stagione magrissima ossia quasi senza neve, approfittando di una lieve perturbazione prevista per la notte del 19-20 febbraio che avrebbe portato un po' di gelo e qualche dito di neve e galaverna. Quasi mai chiedo consigli su itinerari o vie, anche perché le guide, i libri e le carte già bastano, ma trovandomi a parlare con Mimmo Ippolito -che l'area del Parco del Pollino la esplora da escursionista e poi da alpinista da 30 anni e che soprattutto conosce l'effetto delle perturbazioni sulle varie aree a seconda di temperature, esposizione, venti, quota e altre variabili- gli accenno all'intenzione che ho di andare a ripetere la Direttissima al Dolcedorme da Sud ("Gendarmi di Pietra" di Valle Piana) per ripassare nell'anfteatro SW (a 1900-2000m) appena spolverato di neve; lui però mi sconsiglia di "smazzare" su un versante sud in queste condizioni di non-innevamento, suggerendomi di fare altro, tipo il M. Pollino da ovest.
Giusto la notte prima ero andato a letto col Gravame (intendo il bel libro-guida "Sud Verticale", beninteso!) e, oltre a riguardarmi le relazioni sulle vie del Dolcedorme, mi ero soffermato proprio sul versante W del M. Pollino, l'area del "Valangone" che dà sul Piano di Gaudolino (1684m), ampio colle che lo separa dalla Serra del Prete. Questo versante l'avevo solo sfiorato altre volte, ma non ci ero mai passato in mezzo e so (dalle foto di amici e dai reportage di Giuseppe "Pollinofantastico", oltre che dai libri) che, dal punto di vista alpestre-scenografico (pini loricati e dirupi rocciosi) quella occidentale è la parte più interessante della montagna (tutto il resto del M. Pollino, in alta quota, presenta solo qualche esemplare isolato di pino: poi è pascolo, doline prative o brulle pietraie/ ghiaioni). L'unica vera parete del Monte Pollino è quella (N)W "triangolare castello incantato, sicuro scrigno tenutario dei più reconditi segreti di questo angolo di Parco" (come lo descrive immaginificamente G. Gravame, in: Sud Verticale, 2015, p. 100), ma lì le difficoltà alpinistiche si fanno medio-alte.

Decido pertanto, il giorno prima, di cambiare piano orientandomi sul "Canale nascosto", una via alpinisticamente facile (35-40°, max 45°, PD-), non tecnica (non ci sono passaggi da proteggere e basta 1 piccozza oltre ovviamente ai ramponi). Il punto di partenza resta il versante Calabrese, Sud, raggiungibile da Napoli in 3h di autostrada e senza i possibili intoppi delle strade montane non spalate o con tratti ghiacciati, a valle di Colle Impiso, salendo dalle frazioini di S. Severino L. / Viggianello o soprattutto dal Piano di Ruggio, da dove in certe condizioni meteo anche con ruote termiche, catene e persino in fuoristrada può essere difficile o impossibile raggiungere detto valico. Avrò così la possibilità di salire per la Valle di Gaudolino ("La Scala" o "Le Scale"), storica mulattiera che convogliava le merci e i prodotti della montagna dal Pollino lucano verso la Calabria e soprattutto la via seguita dai pellegrini per raggiungere la Chiesa della Madonna del Pollino per la rituale festività estiva, che è stata oggetto di numerosi studi e descrizioni, tra cui va ricordata quella uscita dalla penna di Norman Douglas ("Old Calabria", 1915).
Resta solo l'incognita del ritorno che, com'è mia abitudine avviene spesso "ad anello", così ho modo di vedere 2 zone nuove in un colpo solo: l'opzione A è la discesa per il vicino "Valangone", canalone a WNW della cima, che mi darebbe modo di scovare qualche altro gigante (già avvistato altre volte dalla cresta NW del Pollino) indugiando fino alle ultime luci del tramonto che danno sempre scenari fiabeschi... L'opzione B è la meno spettacolare e più lunga discesa a S per la Dolina del Pollinello, lambendo il Bosco del Pollinello per andare a trovare il "Patriarca", noto loricato (quasi) millenario tra i simboli del Parco, specie dopo il vile incendio (19/10/1993) di "Zi' Peppe", il guardiano della Grande Porta, e prima dei recenti studi del Dr. Piovesan sul più "anziano" Italus, di Serra delle Ciavole S. Alla fine sceglierò quest'ultima, sia per la voglia di fare conoscenza, dopo tanti anni, con il vecchio Patriarca, sia perché il vento da NNW è davvero forte (in cima non si può restare più di tanto fermi) e mi conviene "allungare il brodo" con una camminata a più ampio raggio di quella necessaria per la discesa diretta nel vicino "Valangone", già intravisto e traversato all'andata.
Ulteriore bel bonus della gita è dato dal fascino delle rovine del Convento / Monastero del Colloreto, fondato nel '500, su una collina sotto cui transita l'A3 (meno di 3 Km prima dell'uscita Morano C. - Castrovillari). Nel ritornarci, col buio, presso i pantani della sorgente Tufarazzo, ho dovuto farmi largo tra alcuni grossi esemplari di cinghiale che per fortuna si sono allontanati o tenuti tra le fratte ai lati del tracciato con solo qualche grugnito di protesta.
[Disliv. +1450m (200m in canale), c.17Km, 10h, incl. soste; diff.: F+ (PD-) in queste condiz.]. F.R.

CENNI DI TOPOGRAFIA E TOPONOMASTICA DELL'AREA DEL MONTE POLLINO (Versante calabrese)
L'imponente massiccio del Pollino è da sempre una barriera territorial-culturale che ha tenuto in relativo isolamento le aree insediative che lo costellano, nonostante la realizzazione della romana via Popilia-Annia, e finanche dopo l'Unità d'Italia (Colelli, Larocca, ed., 2018; Trumper et al., ed., 2000, 209 seg.). Pure le conoscenze storico-archeologiche sono rimaste, almeno fino a venti anni fa, ad un livello abbastanza superficiale per l'area del Parco Nazionale del Pollino (Quilici, Quilici Gigli, L'Erma, 2001; Colelli, Larocca ed., 2018).
La sommità del Monte Pollino, che dà nome all'intero massiccio che si erge sul confine calabro-lucano, è da sempre stata raggiungibile, specialmente dai pastori che sino a qualche decennio fa conducevano d'estate gli armenti dai piani sottostanti ai pascoli delle 5 cime a oltre 2000m, in particolare su Serra del Prete, Monte Pollino e Serra Dolcedorme-Manfriana (monticazione e transumanza). Oltre a pascoli e a elevati punti di avvistamento per il controllo di ampie aree del territorio circostante, il Pollino offriva una certa quantità di risorse appetibili sin dal Paleolitico e poi ancor più in età classica. In questo periodo è probabile che la designazione pliniana di "Sila" andasse a comprendere anche le montagne che attualmente formano il Parco Nazionale del Pollino, quindi sfruttate per il legname e la produzione di pece (dalla resina delle conifere, per i più svariati usi). I monaci agostiniani del Colloreto avranno di certo erborizzato sulle cime distanti poche ore di cammino dal Convento: il Pollino era ben noto per le caratteristiche medico-terapeutiche delle sue numerose erbe/ erbaggi oltre che per la qualità dei formaggi (casei apollinei) prodotti dal latte degli animali lì allevati. Il nevaio della dolina sommitale del M. Pollino di certo rimpinguava le "neviere" a quote inferiori quando si esauriva la loro scorta. La cacciaggione era abbondante, ai tempi in cui le armi da fuoco erano ancora relativamente rudimentali. I botanici del R. Orto Botanico di Napoli, L. Petagna, G. Terrone e M. Tenore, salirono sulla Serra Dolcedorme il 7/7/1826; non sono note altre descrizioni di salite a scopo naturalistico nel cinquantennio successivo. Il Monte Pollino (2248m) fu salito il 27/8/1875 (partendo da Terranova di Pollino per la Grande Porta orientale e la Sella di Malevento) da G.B. Bruno, che ne dà la prima descrizione nota (Boll. CAI, 1876; sono poi note due ulteriori ascensioni di altri nell'anno 1880; cfr. il testo in SERRA DOLCEDORME, 2019). In mancanza di eventuali, ignoti salitori d'inizio '800, la prima salita a scopo scentifico dev'essere però stata quella dei geodeti del Real Officio Topografico di Napoli che installarono il primo segnale trigonometrico in cima attorno al 1839-42 (F. Fergola), al fine di realizzare le Carte geografiche borboniche del Regno e la carta topografica d'Italia dell'Istituto Geografico Militare di Vienna. [Da schemi e relazioni del Fergola e poi dello stesso direttore del R.O.T., F. Visconti, risulta che in quest'area del Regno furono misurate, dopo il 1840, le direttrici tra la M. Cocuzzo, Montea, M. Pollino e M. Bulgheria con l'ausilio dei rispettivi segnali posti in quegli anni su queste cime, che formavano, con altri punti siti più a N e a S, la triangolazione di primo ordine. Questo arco riuniva i punti geodetici del napoletano ("base" Castelvolturno - Patria, campanile dei Camaldoli, specola del ROT a Pizzofalcone, Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Mt. Taburno e Chiesa sul M. S. Angelo a Tre Pizzi) con il lontano Aspromonte e si andava poi a innestare su triangolazioni realizzate nei due decenni precedenti in Sicilia, Puglia, Terra di Lavoro e Abruzzo]. La quota trigonom. ufficiale della cima del M. Pollino è sempre stata 2248m (mentre quella del Dolcedorme, su cui il segnale fu installato solo verso la fine dell'800, era prima 2271m e oggi 2266 o 2267m) e la cima del monte fa da trifinio tra il territorio di Chiaromonte a N (è la più meridionale delle tre exclavi di questo comune), Terranova di Pollino a E, Castrovillari a S (il confine di Morano C. è qualche centinaio di metri a WNW della cima), quindi la vetta è divisa tra Basilicata e Calabria, come quella della vicina Serra del Prete (2180m). Dagli anni '50 del '900 si hanno testimonianze di escursioni di gruppi locali lucani e calabresi, che poi si sono moltiplicate con la pubblicazione delle prime guide (Perrone, 1975), con l'aumento delle escursioni sociali delle sedi CAI meridionali e la propaganda dovuta alle pubblicazioni naturalistiche (Tassi, Pratesi) e Alpinistiche (Gogna, 1982). Solo all'inizio del nuovo millennio è cominciata una più fitta esplorazione alpinistica (cf. L. Ferranti, 2010; G. Gravame, 2015).

"POLLINO" (dal XVI sec.; dial. pullinə, puddìnu) è un'etimologia discussa, generalmente ricondotta o a (Mons) "Apollin(e)us" ossia "Monte Apollineo" (cf. G. Rohlfs, 1974, 252); in alternativa deriverebbe da un prediale *P(a)ullinius (G. Alessio, 1939) o dal vb. lat. polleo (per le sue erbe, cf. G. Barrio, 1571, p. 88), dal sostantivo lat. pullus o pullinus ("giovane animale, polledro"), per i vasti pascoli montani dove nascevano i piccoli degli animali allevati (Racioppi, 1876), o infine dall'agg. lat. pullus, (terreno) molle, franoso, scuro, nero (J.B. Trumper et al. 2000, p. 214; cf. Polesine, in Marcato et al., 1990). Al di là dei vari tentativi più o meno convincenti di spiegare l'etimologia di Pollino, sarebbe pure utile rintracciare la proto-forma dell'oronimo in uso in età classica e medievale, ammesso che sia esistita e che la regione montuosa del Pollino (area Enotra, poi Bruttia) fosse anticamente percepita come distinta dalla "Sila"!

La cartografia d'epoca moderna e le più antiche corografie cinquecentesche, riportano quello che dev'essere stato il nome del massiccio nel Medio-evo (Pollino, var. Polino). Pur se si ammettesse la possibilità dell'origine etimologica da "Apollo", le varianti d'epoca recente "Mons Apollineus" vanno considerate reinterpretazioni dotte, non essendoci attestazioni classiche o tardo-antiche del termine.
Le carte più antiche che riportano l'oronimo sono cinquecentesche e seicentesche (Danti nella nota galleria-corridoio del Vaticano, Atlanti di Cartaro, Magini etc), e purtroppo manca l'area del Pollino nelle dettagliate "carte aragonesi" ricopiate dal Galiani nel '700 da originali del tardo XV secolo (cf. Valerio, 1993; La Greca e Valerio, 2008; Vitolo, 2016); ma vale la pena di notare che l'orografia e l'oronomastica di altre sezioni della "Carta della Sicilia Prima" (F. Galiani e G.A. Rizzi Zannoni, 1769) deve molto alle pergamene aragonesi attribuite al Pontano e forse ad altre opere o notizie le cui fondamenta sono ancorate nella geografia tardo medievale. In questa carta spiccano le due vicine designazioni di M. Pollino pic(colo) e gr(ande), rispettivamente in Lucania e, poco più a S, in Calabria.
Venendo a noi, le migliori "carte ufficiali" per la toponomastica calabro-lucana sono le tavolette 1:10.000 realizzate tra il 1954-1958 dall' I.G.M. con i fondi e la collaborazione della Cassa del Mezzogiorno: all'epoca dovettero essere effettuate ulteriori inchieste sul posto e/o (più probabilmente) nei singoli comuni e sulle carte catastali, perché al di là della scala superiore rispetto alle pur utili tavolette IGM 1:25000, in queste carte è stata aggiunta una non trascurabile percentuale di nuovi toponimi (che andrebbero comunque sempre vagliati e raffrontati con le forme dialettali, dato che tutte le carte contengono errori, refusi o alterazioni).

Infine qualche commento su alcuni microtoponimi di questo areale (prevalentem. quell ocalabrese) del M. Pollino e immediate vicinanze.
Colloreto (Coloreto, Collorito) dovrebbe venire dal lat. coryletum ("noccioleto", cf. Rohlfs, 1974, p. 76). E' assai probabile che alla presenza del convento di Colloreto si debbano i vicini toponimi di Serra del Prete, Bosco del Monaco, Sorg. Acqua del Monaco...
Alcuni idronimi contengono la radice araba ayn ("sorgente") che dà un esito che suona come "Donna" e che come tale è riportato sulle carte: "Destra delle Donne" (dove "Destra" è ovviam. l'opposto di "Manca", quindi "con esposizione favorevole al sole"), "Donna del Cielo", "Donna Calda"(!) e molti altri.
A SW del Pollinello, la loc. "Paro Romània" (e la Sorgente Romania) dovrebbe riferirsi a un "Piano (del) Demanio" (si tratta spesso di spianate o pendii che hanno a monte zone con pendenze assai maggiori: cf. Para Morano, ai piedi della Dirupata).
Il Vallone di Colloreto, su cui transita l'autostrada, prende più a monte il nome di Valle Gaudolino, che termina con il Piano e il Colle omonimi, valico tra Serra del Prete e M. Pollino. "Gaudo" è spesso un esito di wald (long., "bosco"), ma qui il dial. Gautulinu, e i vicini "(G)Auto Rosso" e "Sotto Auto Rosso" (Gavutu russu è la rocciosa propaggine SW del Pollinello che incombe sul Vall. Colloreto) sono una possibile sostantivazione dell'agg. "alto", come suggerisce anche l'amico Mimmo Pace, quindi "Gaudolino" sarebbe una forma diminutiva. (Cf. i Gàvuti, "gli alti", scogli presso Maratea, in: J. Cernicchiaro, V. Perretti, 1992, p. 303; purtroppo il "Lessico Idronomastico..." di L. Chiappinelli, 2015, non considera questa voce, né quella di "Donna").
L'ampia rampa erbosa di media pendenza che costituisce il versante N del M. Pollino, appartiene come già detto al comune di Chiaromonte (ne è la terza e più meridionale excave), e sulle menzionate carte al 10000 vi è lì riportato il top. "Murgello", evidente dimin. della diffusissima (in quasi tutto il Regno di Napoli) voce "Murgia" o "Morgia". Al di là della discussa etimologia (da voce latina o dal sostrato prelatino, cf. C. Marcato et al., 1990, p. 513) va qui notato che il toponimo, in questa zona della Calabria, si ritrova sempre in località rocciose e assai dirupate (cf. Murge di Celsa Bianca), quindi io credo plausibile che, più che il pendio settentrionale, il top. Murgello designasse in origine la menzionata "paretina" NW del Pollino, che è relativamente poco estesa (da meritare il diminutivo) ma aspra e rocciosa (murgia). FRANCESCO RAFFAELE (9-12/3/2020)

Tra i ruderi del Convento del Colloreto



Ultimi sguardi indietro verso il Colloreto

il Colle: Piano Gaudolino

Parte della parete NW (loc. "Murgello" ?)









 


 





 




 

AQUILA REALE (Aquila chrysaetos) SUL MONTE POLLINO.
Una decina di scatti documentativi di questo stupendo rapace che ho avuto la fortuna d'incontrare 15/20 volte negli ultimi 16 anni (la prima volta sull'Acellica nel 2005), sempre con grande emozione, in particolare quando, come sul Matese (2007), nella Marsica (PNALM, 2019) e qui sul Pollino (20/2/2020) è volata a 30m o meno da me.
L'Aquila ha sempre simboleggiato la fierezza e forza della natura e del Sole e per questo in varie culture / epoche è stata considerata animale totemico e associata alle divinità o allo stesso concetto di sovranità.
L'incontro in montagna ha sempre un forte impatto emotivo, specialmente quando capita è entro distanze che la rendono subito riconoscibile da altri rapaci come le poiane: un uccello adulto con apertura alare sui 2m (qui solo il Grifone è più grande) è maestoso per antonomasia, ti dà una potente scarica di positività, convoglia una viva sensazione di commistione con la Natura, una Natura che non appare però come assolutamente trionfante, bensì solo momentaneamente vittoriosa in una lotta, contro l'uomo, invasore sempre più numeroso e irrispettoso, destinata a perdurare a lungo!
Sebbene non in immediato pericolo d'estinzione, bracconaggio e caccia, esche avvelenate e cavi d'alta tensione sono i maggiori pericoli per gli esemplari presenti sul Pollino; una minaccia potenziale è anche data dalle attività sportive qualora effettuate sulle pareti nei pressi dei nidi e soprattutto dall'eventuale installazione di pale eoliche (cf. M. Pandolfi et al., 2007; M. Pandolfi, 2001).
Il Pollino ospita 19 specie di rapaci, tra diurni e notturni qui nidificanti. I primi studi sullo status di AR nel Pollino sono stati effettuati solo di recente: nel Parco Nazionale del Pollino vivono 4-5 coppie, apparentemente nidificanti tutte nei versanti Sud (calabresi).
Questo esemplare è ripassato pochi minuti dopo altre 2 volte, più in alto, dopo aver fatto il giro in alta quota del Monte Pollino (ma è possibile che si trattasse della coppia, come mi fa notare l'amico Mimmo Ippolito).
L'ente parco del Pollino potrebbe finanziare progetti di studio e tutela di rapaci e mammiferi invece di costruire inutili centri polifunzionali, destinati all'abbandono, e che hanno l'unico scopo di riempire le tasche di pochi furbi con i fondi messi incautamente a disposizione da parte di enti e organismi regionali, statali ed europei! (O supportare i gestori dei pochi Rifugi presenti sul territorio...).
Tornando a noi: forse il minimo d'impegno tecnico necessario a fotografarla, ti fa perdere un po' della "magia" del momento, però in compenso ti restano anche dei "ricordi visivi" dei fortunati avvistamenti.
In giro si vedono foto e video spettacolari da parte di fotografi italiani ed esteri (M. Varesvuo è uno dei più bravi al mondo, a mio parere). Questi scatti sono solo "documentativi", fatti per caso e senza attrezzature appropriate o lunghe ore di appostamento, quasi sempre condizioni necessarie a "catturarla" in situazioni o con inquadrature, sfondi o contesti particolari: sono pochissime le volte che vado in montagna con lo scopo precipuo di fotografare qualcosa: ci vado soprattutto per amore delle Montagne, la passione-hobby più forte che abbia avuto in vita mia, soprattutto negli ultimi 15-20 anni. Qui ero senza la Bridge con superzoom, che forse avrebbe regalato qualcosa di più spettacolare ("forse" perché l'autofocus delle Bridge a sensore 1", o perlomeno quello della FZ1000, è ancora assai lontano da quello rapidissimo e preciso delle reflex). Scatti (da RAW) con reflex Canon EOS 6D + EF 24-105L is (quasi tutte ISO 320, f/10, focale tra 90-105mm, crop/ritagli più o meno spinti dei fotogrammi). Ora di pranzo del 20 Febbraio 2020, q.2090m c.



 




 





 



 

   




 



Sotto al "Patriarca"

 


 


Gavuto Rosso e Pollinello




Morano Calabro

 


Fotografie di Francesco Raffaele
[EOS 6D + Canon EF 24-105L is]

H O M E